Intervista a Ilaria Corona
1. Ciao Ilaria, grazie per aver accettato la nostra proposta di intervista. Cosa ti ha portata a lavorare come psicologa e come si è evoluto il tuo modo di comunicare nel tempo?
Il principale motivo per cui ho scelto di diventare psicologa è che sono sempre stata affascinata dal modo in cui le persone cerchino di dare significato alle proprie esperienze e da come poi, con un adeguato supporto, possano riscoprire risorse che credevano perse.
Nel tempo il mio modo di comunicare si è molto modificato. Se, prima di intraprendere il lavoro nella clinica, era più tecnico e incentrato soprattutto sulla teoria, poi, lavorando con le persone, ho imparato a dare priorità alla chiarezza, alla semplicità e alla relazione. Anche nel mondo digitale cerco oggi un linguaggio che sia accessibile, rispettoso e utile, senza perdere la profondità dei contenuti.
2. Che rapporto avevi con i social network e il web in generale prima di doverli usare professionalmente?
Prima di usare i social per motivi professionali, li vivevo come strumenti personali, in modo direi marginale e sporadico. Non mi sono mai definita una persona particolarmente “social”, ho sempre preferito l’interazione diretta. Quando ho iniziato a considerarli uno strumento di lavoro, ho dovuto rivedere questo rapporto, cercando di trasformarli in una risorsa che potesse ampliare il mio modo di fare prevenzione e divulgazione.
3. Qual è stata la competenza più difficile da sviluppare? Tecnica, comunicativa, organizzativa?
La competenza più difficile da sviluppare è stata indubbiamente quella comunicativa digitale, soprattutto per acquisire la capacità di spiegare e far arrivare messaggi in modo accessibile, chiaro e rispettoso. Tradurre contenuti clinici nel linguaggio “social” richiede a mio avviso sensibilità, attenzione e molta cura. Anche gli aspetti tecnici sono arrivati dopo e con molta fatica, ma la sfida più complessa è stata comunicare nel modo giusto.
4. Comunicare temi psicologici sui social richiede attenzione e responsabilità. Come fai a mantenere un equilibrio tra chiarezza, utilità e rispetto dell’etica professionale?
Provo a darmi alcune regole chiave, come quella di evitare diagnosi o consigli personalizzati, di non semplificare né banalizzare temi complessi e tenere sempre in considerazione che chi legge potrebbe trovarsi in una condizione di fragilità. Quello che tento di fare è offrire spunti e occasioni di riflessione e informazione. L’obiettivo è fare divulgazione, non sostituire la terapia.
5. Guardando avanti, pensi che i social network saranno sempre più indispensabili per chi lavora nel tuo settore?
Credo che i social network diventeranno sempre più importanti, soprattutto per la prevenzione e la sensibilizzazione psicologica. Non sono l’unico canale possibile, né possono sostituire la relazione, ma sicuramente rappresentano uno spazio in cui le persone cercano informazioni e contatto, fornendo un valido contributo per la diffusione di una cultura psicologica.
6. Qual è il consiglio che daresti a un collega o a un giovane professionista che, come te, non ama particolarmente i social ma sente il bisogno di promuovere la propria attività?
Consiglierei di iniziare in modo graduale, poiché non è necessario essere ovunque e pubblicare sempre, piuttosto è preferibile fare poco, ma in modo autentico e adeguato. Scegliere inizialmente un preciso canale, trovare una modalità comunicativa coerente e ricordare che ci si può affidare a professionisti del settore per ricevere il giusto supporto al fine di rendere tutto più semplice e sostenibile.
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Co-founder e SEO strategist di Ca2, si occupa principalmente di sviluppare strategie di marketing finalizzate allo sviluppo della visibilità online e offline. Dopo la laurea in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d’Impresa e una passione per i social media, ha approfondito gli argomenti SEO e indicizzazione organica, riuscendo a trasformare i suoi interessi in lavoro.




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